Venerdì 15 Dic 2017
Il risarcimento danno per infortunio durante il servizio militare

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Inottemperanza dell’Amministrazione agli obblighi di  protezione e di sicurezza sul lavoro dei...

L'allievo carabiniere/maresciallo riammesso nell'arma dei carabinieri

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    Giovedì, 23 Gennaio 2014 15:23
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Il risarcimento danno per infortunio durante il servizio militare

Scritto da Piero Antonio Cau. Posted in Giustizia Amministrativa

Inottemperanza dell’Amministrazione agli obblighi di 

protezione e di sicurezza sul lavoro dei propri subordinati.


 
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale lo scorso 28 ottobre, ha pronunciato sentenza a favore di un militare volontario in ferma prolungata, il quale esponeva di aver subito un infortunio in servizio e domandava al Tribunale adìto, l’accertamento del diritto al risarcimento del danno e la conseguente condanna dell’Amministrazione al pagamento della somma richiesta.

Riteniamo opportuno riportare la dinamica di orientamento riassunto è contestato dall’appellante nel primo mezzo d’appello, con il quale si argomenta sulla completezza della prova della responsabilità per mancata cautela con il fatto stesso, e sul nesso di causalità che, consideri la natura del medesimo.

Pretesa ricollegata alla sostenuta inottemperanza dell’Amministrazione agli obblighi di protezione e di sicurezza sul lavoro dei propri subordinati, ai sensi dell’art. 2087 c.c. e degli artt. 4 ed 8 del D.P.R. 547/1955. Pertanto, con ricorso al TAR della Campania, il sig. G. M., premesso di aver prestato servizio militare quale volontario in ferma prolungata dal 1993 al 1995, esponeva di aver subito un infortunio in servizio e domandava al Tribunale adìto l’accertamento del diritto al risarcimento del danno e la conseguente condanna dell’Amministrazione al pagamento della somma d €.20.000,00 a titolo di risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non, subiti dal ricorrente, oltre interessi e rivalutazione dal giorno del fatto fino al soddisfo.

A sostegno del ricorso l’esponente ha dedotto la violazione di legge, in particolare dell’ art. 2087 c.c. e degli artt. 4 e 8 lett. a) e C9 del D.P.R. 547/55. In prime cure il Tribunale Amministrativo per la Campania ha respinto il ricorso. Tuttavia, Il sig. M. ha impugnato la sentenza del TAR, chiedendone la riforma e svolgendo motivi ed argomentazioni riassunti nella sede della loro trattazione in diritto.

Perciò, la controversia sottoposta alla sezione, verte sulla spettanza di risarcimento di danno a seguito di infortunio sul lavoro subito da militare volontario in ferma prolungata, pretesa ricollegata alla sostenuta inottemperanza dell’Amministrazione agli obblighi di protezione e di sicurezza sul lavoro dei propri subordinati, ai sensi dell’art. 2087 c.c. e degli artt. 4 ed 8 del D.P.R. 547/1955. A sostegno della decisione gravata, con la quale spinto il ricorso, il giudice di prime cure ha osservato che, fermo il rilievo della non appartenenza della patologia, pur dipendente da causa di servizio, “ad alcuna categoria di pensione e risultando incontestato il fatto storico, il ricorrente non ha adempiuto, neppure sotto il profilo indiziario, all’onere probatorio a suo carico circa l’imputabilità all’Amministrazione della condotta colposa consistente nella concreta omissione di cautele protettive nei confronti del militare lavoratore”.

Ha aggiunto il primo giudice, che tale onere probatorio non “avrebbe potuto essere soddisfatto, mercé l’assunzione della prova testimoniale articolata dalla difesa dell’istante, atteso che tale mezzo istruttorio concerne esclusivamente le modalità del fatto storico, che però sono incontestate, e non anche le concrete caratteristiche dell’ambiente di lavoro in cui il ricorrente prestava il proprio servizio”.

L’orientamento testé riassunto è contestato dall’appellante nel primo mezzo d’appello, con il quale si argomenta sulla completezza della prova della responsabilità per mancata cautela con il fatto stesso, e sul nesso di causalità che, considerati la natura del medesimo, (incontestata come ammesso dallo stesso TAR) ed il tenore dell’art. 8 del DPR n. 547/1955, viene ritenuto sufficiente a dimostrare la colpa omissiva dell’amministrazione in relazione agli obblighi in materia sanciti dalla legge. Al riguardo, va premesso che la giurisprudenza della Corte di Cassazione (cfr. sent. n. 500/1999), in materia di risarcibilità degli interessi legittimi, ha da tempo individuato i presupposti per il risarcimento del danno da responsabilità per illecito aquiliano (art. 2043 cod. civ.), che sono così riassumibili:

 a) accertamento dell’evento dannoso;

b) carattere “contra ius” del danno;

 c) riferibilità dell’evento ad una condotta dell’amministrazione;

d) violazione di regole cui l’amministrazione è tenuta ad uniformarsi.

Ciò detto, raffrontando la tipologia dell’evento dannoso (storicamente incontestato) con le prescrizioni del summenzionato DPR, l’appello si palesa fondato, in quanto, è pacifico che il M. “subì un trauma orbitopalpebrale perché andò ad urtare contro un gancio pendente dalla tenda di lavaggio delle pentole”, prescindendo dunque, da qualsiasi necessità di provare il fatto dannoso. Il Collegio rileva che la normativa citata dall’ art. 8 dpr 547/1955, in particolare al comma 9, dispone che: “I pavimenti degli ambienti di lavoro e dei luoghi destinati al passaggio non devono presentare buche o sporgenze pericolose e devono essere in condizioni tali da rendere sicuro il movimento ed il transito delle persone e dei mezzi di trasporto”.

Alla stregua di questa disposizione, che costituisce in sostanza una specificazione “ad hoc” per l’ordinamento
militare, dell’obbligo generale derivante dall’art. 2087 cod. civ., deve ritenersi l’incombenza a carico dell’Amministrazione di un dovere di mantenere gli ambienti di lavoro in condizioni di normalità al fine di evitare incidenti, situazione nella quale non può certo collocarsi la causa che ha incontestatamente determinato l’infortunio del ricorrente.

Né in contrario può validamente addursi la mancata prova delle concrete caratteristiche dell’ambiente di lavoro in cui il ricorrente prestava il proprio servizio; il richiamato obbligo, infatti, costituisce regola generale dalla quale scaturisce la necessità che l’ambiente di lavoro non offra motivi di pericolosità per il dipendente, sicché la responsabilità dell’Amministrazione, una volta dimostrato il fatto storico fisicamente lesivo, poggia sufficientemente su di esso, non necessitando quindi, per la fondatezza dell’azione, alcuna ulteriore prova della pericolosità in concreto dell’ambiente di lavoro.

Sussistono in sostanza sia la violazione di una regola giuridica da osservare sia il comportamento (nella specie omissivo) che ha prodotto il danno sia infine il suo contrasto con la regola giuridica stessa. In ordine alla quantificazione della pretesa risarcitoria, azionata per danni patrimoniali e non, pur se il Militare ricorrente (che chiede la condanna del Ministero ad un risarcimento di ventimila euro) non ha allegato alcuna perizia valutativa, ritiene il Collegio di poter accogliere la richiesta in via di equità.

Sulla predetta riconosciuta somma va calcolata e corrisposta, come domandato dall’azione proposta, la maggior somma tra interessi legali e rivalutazione monetaria, a decorrere dalla data del fatto e sino a quella del soddisfo, secondo le regole civilistiche (Cons. di Stato, sez. VI, n. 365/2011). In conclusione l’appello è stato integralmente accolto, con riforma della sentenza impugnata e riconoscimento delle istanze avanzate in primo grado dal ricorrente, e per l’ulteriore effetto, condanna il Ministero della Difesa al pagamento, in favore dell’appellante, della somma di Euro ventimila, oltre interessi e rivalutazione come in premessa, a titolo di risarcimento del danno, compreso le spese di entrambi i gradi di giudizio.


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