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Sanzione disciplinare della censura per violazione dei doveri di tempestività dell'informazione all'autorità giudiziaria su atti di P.G

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    Giovedì, 23 Gennaio 2014 15:23
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Sanzione disciplinare della censura per violazione dei doveri di tempestività dell'informazione all'autorità giudiziaria su atti di P.G

Scritto da Piero Antonio Cau. Posted in Giustizia Amministrativa

Di recente la prima sezione del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio si è pronunciato rigettando il ricorso promosso da un capitano dei carabinieri per la sanzione disciplinare della censura, ritenendolo responsabile per la violazione dei doveri di tempestiva informazione dell’Autorità Giudiziaria, per avere trattenuto il sig. M. S., tutto il pomeriggio del giorno 1.8.1985 e la notte successiva senza avvertire anche telefonicamente il Procuratore della Repubblica e senza rivelare che il sig. M., era stato assunto a sommarie informazioni.

Ossia, per violazione dei doveri inerenti la sua qualità di Comandante il Nucleo Operativo dei Carabinieri di Palermo, per avere attestato nella segnalazione a sua firma, datata 2.8.1985, concernente il decesso del sig. S. M. e diretta all’Autorità Giudiziaria, fatti e circostanze non rispondenti al vero. Ovviamente questo è il primo grado di giudizio instaurato per l'annullamento della sanzione disciplinare della censura inflitta nei confronti del ricorrente dalla Commissione di disciplina di primo grado presso la Corte d’Appello di Palermo n.3/98, confermata con la decisione n. 2/99 dalla Commissione di secondo grado per i procedimenti disciplinari a carico di Ufficiali ed Agenti di polizia giudiziaria, emessa nel giugno 1999. Per la sentenza definitiva dobbiamo attendere l’eventuale pronuncia del Consiglio di Stato (secondo grado). Vogliamo raccontarvi questa storia per significare quanto sia difficile e complessa la professione da carabiniere, soprattutto quanta responsabilità e attenzione
occorre prestare
nell’adempimento delle proprie funzioni.

Pertanto, al Capitano S. G., dell’Arma dei Carabinieri, comandante il nucleo Operativo dei Carabinieri di Palermo, nel febbraio del 1995, gli veniva comunicata l’apertura di un procedimento disciplinare nei propri confronti in relazione ad una serie di addebiti mossigli, dalla Procura Generale della Repubblica presso la Corte d'Appello di Palermo, inerenti il decesso di S. M., verificatosi negli uffici della Questura di Palermo il 2 agosto 1985.

Il procedimento disciplinare si concludeva con la decisione della commissione di disciplina di primo grado, incardinata ex art. 17 disp. att. c.p.p., che, in data 25 maggio - 3 luglio 1998, infliggeva al capitano dei Carabinieri la sanzione disciplinare della censura, ritenendolo responsabile di violazione dei doveri di tempestiva informazione dell’Autorità Giudiziaria, per avere trattenuto M. S., tutto il pomeriggio del giorno 1.8.1985 e la notte successiva senza avvertire anche telefonicamente il Procuratore della Repubblica e senza rivelare che il sig. M., era stato assunto a sommarie informazioni. Nonché, della violazione dei doveri inerenti la sua qualità di comandante il nucleo operativo dei carabinieri di Palermo, per avere attestato nella segnalazione a sua firma, datata 2.8.1985, concernente il decesso del sig. S. M. e diretta all’Autorità Giudiziaria, fatti e circostanze non rispondenti al vero. Con ricorso esperito ai sensi dell'art. 18 disp. att. c.p.p. innanzi alla Commissione di secondo grado presso il Ministero della Giustizia, il ricorrente impugnava la decisione di primo grado.


La Commissione di secondo grado, riunitasi in data 25 giugno 1999, confermava la sanzione della censura. Avverso il suddetto provvedimento l’odierno esponente si è gravato con il ricorso in epigrafe per chiederne l’annullamento, deducendo che: I. l’estinzione dell’azione disciplinare per superamento di Piero Antonio Cau del termine di trenta giorni previsto dalla l. n. 241 del 1990, con subordinata prospettazione della questione di legittimità costituzionale dell’art. 17 disp. att. c.p.p. laddove non prevede scadenze che disciplinino l’iter procedimentale; II. l’incompetenza della Commissione di cui agli artt. 17 ss. disp. att. c.p.p., per

essere invece competente in merito ai fatti contestati alla sua amministrazione di appartenenza (Arma dei Carabinieri); III. l’incompetenza territoriale della Commissione incardinata presso la Corte di Appello di Palermo, spettando la titolarità dell’azione disciplinare al Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Roma (in ragione della sede di servizio dell’ufficiale al momento della contestazione); IV. la nullità della decisione della Commissione di secondo grado per violazione del principio di immodificabilità dell’organo; V. l’illegittimità del provvedimento di non ammissione dei testi da lui indicati. Pertanto, nel presente giudizio si è costituito il Ministero della Giustizia per resistere al ricorso in epigrafe e ne ha chiesto il rigetto perché ritenuto infondato.

 Tuttavia, con il primo motivo il ricorrente lamenta l’estinzione dell’azione disciplinare per superamento del termine di trenta giorni previsto dalla l. n. 241 del 1990, con subordinata prospettazione della questione di legittimità costituzionale dell’art. 17 disp. att. c.p.p.; e invero, poiché l'art. 17 disp. att. non prevede alcun termine per l'inizio e il vano decorso del procedimento disciplinare, dovrebbe tenersi conto della legge 241/1990, che all’art. 2, comma 2, prevede che "le pubbliche Amministrazioni determinano per ciascun tipo di procedimento, in quanto non sia già direttamente disposto per legge o per regolamento, il termine entro cui esso deve concludersi", ed al comma 3, prevede espressamente che "qualora  le pubbliche amministrazioni non provvedano ai sensi del comma 2, il termine è di trenta giorni".

Poiché nel procedimento in questione, tra la chiusura dell'azione penale e la chiusura del procedimento disciplinare è passato un termine di gran lunga superiore ai trenta giorni previsti dalla legge, conclude il ricorrente che l'azione disciplinare sarebbe in ogni caso decaduta.

Quindi per il ricorrente le censure non sono meritevoli di adesione. Anzitutto, occorre considerare che la sospensione del procedimento disciplinare de quo in ragione della pendenza, per i medesimi fatti, di processo penale, si rendeva necessaria in virtù di un principio generalissimo del nostro ordinamento di diritto pubblico, di cui sono espressione l'art. 117 del D.P.R. 10.1.1957, n. 3, l'art. 295 c.p.c. e le norme contenute negli articoli 651, 652, 653, e 654 c.p.p.; a quest'ultimo proposito, si deve osservare che il sistema, dando efficacia di giudicato nel procedimento disciplinare, sia pure a certi effetti, alla sentenza penale irrevocabile, postula la sospensione del procedimento amministrativo disciplinare al fine di evitare pronunce contraddittorie.

Nel caso all’esame, pertanto, legittimamente veniva sospeso il procedimento disciplinare per tutto il tempo del processo penale, che vedeva l'emanazione, inter alia, di ben due sentenze di rinvio della Corte Suprema di Cassazione; in tal modo, tenuto conto delle attività e delle istanze della parte, nonché del periodo di tempo in cui la Commissione di 1° grado non operava in seguito alla rimessione alla Corte Costituzionale della questione di costituzionalità inerente al suo funzionamento, può ritenersi che il tempo residuo di trattazione della controversia in sede disciplinare non risultasse distonico rispetto all'esigenza, espressa anche dalla sentenza della Corte Costituzionale del 27 febbraio - 11 marzo 1991, n. 104, invocata dalla parte ricorrente, che i procedimenti disciplinari abbiano svolgimento e termine in un arco ragionevole di tempo. In secondo luogo, va osservato che il procedimento disciplinare per gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria, previsto dall’art. 17 ss. disp. att. c.p.p., realizza un procedimento speciale che trova nelle richiamate norme di attuazione la sua disciplina e quindi rappresenta un sistema chiuso, regolato dalle norme proprie dei procedimenti in Camera di Consiglio (art. 127 c.p.p., ecc.), come richiamate dal comma 4 del predetto art. 17, e non integrabile ab extra da ulteriori disposizioni tratte da altre discipline, generali o speciali.

Il carattere di specialità del procedimento in esame, al quale tornano applicabili le norme e le garanzie previste per i procedimenti giurisdizionali in camera di consiglio, osta dunque all'applicazione delle norme generali relative ai procedimenti amministrativi in senso stretto, quali quelle di cui all'art. 2 della legge n. 241/1990, richiamate dal ricorrente; e pertanto le censure svolte con il primo motivo di ricorso devono essere disattese, come pure manifestamente infondata deve ritenersi la prospettata questione di legittimità costituzionale dell’ art. 17 disp. att. c.p.p. laddove non prevede scadenze che disciplinino il relativo iter procedimentale.

Con il secondo motivo si deduce l’incompetenza della Commissione di cui agli artt. 17 ss. disp. att. c.p.p., per essere invece competente in merito ai fatti contestati l’Amministrazione di appartenenza dell’odierno deducente (Arma dei Carabinieri). Il ricorrente osserva che a norma dell’art. 16 disp. att. c.p.p., le trasgressioni di cui al primo comma dello stesso articolo (c.d. di polizia giudiziaria) sono soggette esclusivamente al sistema disciplinare di cui alle stesse norme di attuazione del c.p.p., essendo la soggezione alle sanzioni disciplinari stabilite dall'ordinamento di appartenenza dell'incolpato limitata a fatti che esulino dalle dette trasgressioni (così l’art. 16, comma 3, disp. att. c.p.p.). Poiché le suddette trasgressioni non sono indicate in maniera tassativa, e considerato altresì che le sanzioni previste dalle disp. att. c.p.p. mirano solo alla tutela della "funzione giudiziaria", laddove le stesse sono assolutamente inidonee a tutelare l'Amministrazione di appartenenza del soggetto manchevole, conclude l’esponente che, nel caso di commissione di un unico fatto che dia luogo sia a trasgressioni ai doveri di polizia giudiziaria sia a trasgressioni più gravi (come, nel caso di specie, a fatti di reato) idonee - astrattamente - a ledere il rapporto fiduciario tra Amministrazione di appartenenza e soggetto manchevole, venendo in rilievo un rilevante interesse disciplinare di tale Amministrazione, il potere disciplinare di quest’ultima deve prevalere su quello spettante all’autorità giudiziaria, di tal che la competenza sanzionatoria viene assorbita dall'Amministrazione la quale, infliggendo la sanzione più grave, finisce con il tutelare e sanzionare anche la trasgressione meno grave.

 Il richiamato art. 16, comma 1, disp. att. c.p.p., positivamente introduce un principio di specialità per le trasgressioni compiute dagli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria – per assoggettarle alle sanzioni disciplinari in esso previste e allo speciale procedimento di cui al successivo art. 17 - trasgressioni che la norma individua non solo specificamente, con il richiamo a singole figure di reato proprio, ma anche con una disposizione finale di chiusura tale da ricomprendere, senza eccezione alcuna, qualunque violazione di “ogni altra disposizione di legge relativa all’esercizio delle funzioni di polizia giudiziaria”; solo “fuori dalle trasgressioni” di polizia giudiziaria “gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria rimangono soggetti alle sanzioni disciplinari stabilite dai propri ordinamenti”.

Da tanto discende che, se la condotta dell' ufficiale dei carabinieri viola norme del c.p.p. attinenti all'attività di polizia giudiziaria, deve instaurarsi lo speciale procedimento previsto dagli artt. 16 - 18 disp. att. c.p.p., senza che all’uopo sia richiesto alcun particolare sforzo interpretativo o un’indagine caso per caso, volta ad individuare e a comparare gli interessi lesi – sia pure in astratto – dalla condotta dell’incolpato, come invece si vorrebbe da parte ricorrente. Del pari è da disattendere il terzo motivo con il quale, nel contestare la competenza territoriale dell’organo incardinato presso la Corte d’Appello di Palermo (luogo ove l'ufficiale prestava servizio al momento della consumazione del fatto), si deduce che tale competenza spetterebbe alla Commissione di disciplina del luogo ove l' ufficiale di P.G. prestava servizio al momento dell'inizio del procedimento disciplinare, vale a dire Roma.

Il ricorrente osserva che lo stesso art. 17 disp. att. c.p.p., nell’affermare che l’azione disciplinare è promossa dal Procuratore Generale presso la Corte di Appello nel cui distretto l’ufficiale presta servizio, dà chiara indicazione della volontà di legare la competenza territoriale alla sede di attività del manchevole all' atto della contestazione, in perfetta linea con il principio di sequela che impregna il procedimento amministrativo disciplinare. La doglianza non è condivisibile, in quanto palesemente la locuzione usata dal legislatore fa riferimento al momento che radica l’azione disciplinare, vale a dire il momento del fatto, e non a quello dell’inizio del procedimento. E tale scelta legislativa, che fa riferimento al "locus commissi facti", in analogia al "locus commissi delicti", previsto dallo stesso codice per i reati (art. 8 c.p.p. ss.), soddisfa le ragioni di opportunità che a decidere della azione disciplinare sia la Procura Generale che ha avuto per il passato, prima dell' infrazione, alle dipendenze l'ufficiale di cui si tratta.

Con il quarto motivo il ricorrente lamenta la nullità del provvedimento impugnato, per essere stato emesso da organo diversamente composto rispetto a quello dinanzi al quale erano stati ascoltati l’incolpato e i suoi difensori.

Il motivo è da disattendere, dovendo la questione riportarsi ad un mero errore materiale commesso nell’epigrafe del provvedimento, dove tra i componenti della Commissione si indicava il vice-Questore della Polizia di Stato dott. Maurizio Ianniccari, in luogo del colonnello dell’Arma dei Carabinieri Baldassare Favara effettivamente presente, come risulta dal verbale di udienza; errore che la Commissione provvedeva a correggere in data 24 gennaio 2000. Non merita adesione, infine, il quinto motivo di gravame, con il quale il ricorrente si duole della mancata ammissione nel giudizio disciplinare della prova per testi a discolpa.

La censura va disattesa in quanto la prova dedotta su questioni di fatto sarebbe stata inammissibile, in ragione dell’efficacia della sentenza penale irrevocabile di condanna nel giudizio disciplinare quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, alla sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso. Pertanto per le suesposte considerazioni il ricorso è infondato e il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima) definitivamente pronunciando sul ricorso, lo respinge.

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